Mille anni
La storia
Un castello, un crinale e mille anni di passaggi. Dalla pieve dell’anno Mille ai Malaspina, fino alla rivolta che rese Castevoli famoso in tutta la valle.
Mille anni
Un castello, un crinale e mille anni di passaggi. Dalla pieve dell’anno Mille ai Malaspina, fino alla rivolta che rese Castevoli famoso in tutta la valle.
Le origini
Il nome viene dal latino Casteolo: «terra murata», un piccolo castello. Lo prese il poggio, e dal poggio lo presero il feudo e il paese.
Castevoli non è un abitato solo. È la somma di tre nuclei affacciati sulla riva destra del Magra, uno sopra l’altro lungo la strada che sale: la Foce, in cima, sul valico da cui si scende; il Borgo, poco più in basso, stretto attorno al castello; e la Pieve, il più appartato, nella valle del Canosilla.
Proprio la Pieve è la parte più antica di tutto. La chiesa di San Martino — un tempo «pieve di Vico» — compare nei documenti già nel 998, quasi un secolo prima che si parli del castello: era il centro religioso di un territorio che la strada aveva reso di passaggio da sempre. Sul crinale correva un’antica via che congiungeva Piacenza al mare di Luni, e che la memoria contadina chiamava ancora «la via di Annibale».
Il feudo
Il luogo entra nella storia scritta nel 1077, quando l’imperatore Arrigo IV concede «Casteulo» ai marchesi Ugo e Folco d’Este. Da lì in poi il borgo segue le sorti del suo castello: dagli Estensi passa ai Malaspina dello Spino Secco, che ne prendono possesso nel 1221, con una breve parentesi sotto la Repubblica di Genova nel Quattrocento.
Le pietre raccontano la stessa vicenda per fasi: un primo mastio dell’XI–XII secolo, la torre circolare d’avvistamento e la cinta del Trecento, le case del «borgo vecchio» del Quattrocento — su un portale in arenaria si legge ancora la data «MCCCC».
Il Rinascimento
Nel 1561, dividendo l’eredità col fratello, Tommaso I Malaspina riceve Castevoli e lo eleva a feudo indipendente. È lui a dare al borgo il volto che ancora oggi si riconosce.
Con i capitali della dote della moglie, Bianca Sicchi d’Aragona, Tommaso riattò il castello e ordinò le case a schiera ai piedi dei bastioni, dando al vecchio abitato «un caratteristico ordine edilizio di borgo castellano, cinto di mura e isolato con una porta». Sulla porta del maniero fece incidere, nel 1563, il suo motto: Deum cole, «onora Dio». Poco fuori il paese fondò il convento di San Bernardino per i frati Minori Osservanti.
Curioso: il signore che diede forma a Castevoli quasi non ci abitava. Tommaso era uomo di corte — ambasciatore a Vienna, poi governatore di Siena, dove morì nel 1603 — e teneva il feudo «nelle mani di onesti ministri». Al borgo restarono le sue opere: il castello ampliato, la Madonna col Bambino scolpita sull’ingresso, la campana del 1461 ancora appesa poco lontano.
Castevoli fu «in antico più privilegiato delle altre terre», il primo «che dalla servitù della gleba rimanesse prosciolto», elevando i suoi abitanti «al grado di liberi cittadini».Eugenio Branchi, Storia della Lunigiana feudale, 1897
1791 – 1795
Di quel privilegio antico i castevolesi erano gelosi. Quando il marchese Tommaso III impose nuove tasse, lavori e un pedaggio sul torrente Geriola, il paese si sollevò — e la sua rivolta divenne leggenda in tutta la valle.
Fra il 1791 e il 1795 i disordini montarono fino all’occupazione del castello: il podestà, colto di sorpresa, fuggì di notte a rifugiarsi presso i frati, e il maniero restò «in mano al popolo». La tradizione racconta di un albero della libertà innalzato sulla piazza davanti alla porta — anche se gli atti del processo, curiosamente, non ne fanno parola: più che giacobini convinti, i castevolesi furono gente «risentita e non tollerante dei soprusi».
Vuole la memoria del paese che un ambasciatore mandato dal marchese fosse costretto a «trangugiare» la lettera che portava con sé.Tradizione locale, raccolta in Manlio Erta, 1977
Fu una vicenda seria: l’imperatore incaricò il duca di Modena di sedare la rivolta con le armi e di processarne i capi, e gli atti del giudizio riempiono ancora oggi due volumi all’Archivio di Stato di Milano. Non servì a fermare la storia. Nel 1797 il proclama del generale Chabot abolì i feudi imperiali della Lunigiana, e con essi la signoria dei Malaspina. Castevoli, si disse, fu «il primo di tutti» a cadere — coerente, in fondo, col paese che ancora oggi da queste parti si chiama, con un mezzo sorriso, «i ribelli».
Il ritorno
Caduto il feudo, il borgo passò di mano più volte — Tresana, poi Parma — prima di essere aggregato al comune di Mulazzo nel 1849. I terremoti del 1820 e del 1920 ferirono il castello, e all’abbandono seguì un lungo silenzio: due secoli in cui il maniero si sgretolò e il paese si svuotò.
Poi, nel 1991, due artisti — Loris Nelson Ricci ed Erika End — lo acquistarono e lo restaurarono pietra su pietra, ricavandone anche un atelier. È la stessa storia di tante case del borgo: rimaste quello che erano, e tenute in piedi da chi ci torna.
Prima traccia documentaria: Oberto II rinuncia ai diritti sulla pieve di Vico — l’odierna San Martino — in favore del vescovo Gotifredo di Luni.
L’imperatore Arrigo IV concede «Casteulo» ai marchesi Ugo e Folco d’Este: è la prima menzione del luogo.
Il castello passa ai Malaspina dello Spino Secco, la casata che ne segnerà la storia.
Parentesi sotto la Repubblica di Genova; poi il ritorno ai Malaspina di Villafranca.
Tommaso I Malaspina eleva Castevoli a feudo indipendente e dà al borgo la forma che ancora conserva.
Sulla porta del castello viene incisa l’iscrizione «Deum cole», il programma di governo di Tommaso.
Tommaso I fonda poco fuori il borgo il convento di San Bernardino, per i Minori Osservanti.
La sollevazione: il popolo occupa il castello e insorge contro il marchese Tommaso III. Castevoli è «il primo di tutti» i feudi a ribellarsi.
Il proclama del generale Chabot abolisce i feudi imperiali di Lunigiana: finisce la signoria dei Malaspina.
Dopo essere passato per Tresana e Parma, Castevoli è aggregato al comune di Mulazzo.
Due terremoti danneggiano il castello, cui segue un lungo abbandono.
Gli artisti Loris Nelson Ricci ed Erika End acquistano e restaurano il castello, strappandolo alla rovina.
Questa pagina è un racconto, non una voce d’enciclopedia. Chi volesse verificare o approfondire trova qui le opere su cui si fonda — molte disponibili online.

Eugenio Branchi, Storia della Lunigiana feudale, 3 voll., Pistoia 1897–1898 — il capitolo su Castevoli e la rivolta del 1794.

Manfredo Giuliani, La pieve, il vico e il borgo di Castevoli, in «Memorie dell’Accademia Lunigianese G. Capellini», La Spezia 1955.

Nicola Michelotti, La sollevazione di Castevoli negli atti processuali, in «Archivio Storico delle Province Parmensi», 1984 — la ricostruzione della rivolta dai documenti del processo.

Emanuele Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze 1833–1846, voce «Castevoli».

Giovanni Sforza, Un feudatario giacobino (1903), sui Malaspina di Lunigiana alla fine del Settecento.
A queste si aggiungono le schede del Catalogo generale dei Beni Culturali (ICCD) e l’Archivio Domestico dei Malaspina di Mulazzo, che conserva le carte della sollevazione.